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Sylvano Bussotti
L’opera musicologica di Alain Daniélou s’irradia direttamente dalla natura di musicista del suo essere. Sembrerebbe scontato ma non lo è (quanti musicologhi dalla fama mondiale non sono musicisti ?! Diciamo pure, quanti musicologhi sono tanto antimusicali da incarnare la negazione stessa del musicista ?).
Vorrei aggiungere come Daniélou sia musicologo in virtù del suo essere filosofo, innanzitutto, e linguista ; letterato e squisito pittore, compositore e artista ; quest’ultima qualità in lui cosi viva da comprendere il senso specifico di tutte le altre.
Ancora una volta pregherei di porre attenzione a ciò che rischia di sembrare empirico ed invece non lo è proprio per niente.
La somma di così numerose, e tanto alte, qualifiche altro non rispecchia che una somma pari in discipline ; rappresenta insomma -bisogna proprio usare il bisticcio- lo spaccato architettonico di una construzione cosciente ; elaborata con metodo, pazienza, dura applicazione, durante tutta una lunga, generosa vita ; forse aggirando la fatica mediante un dono di grazia ; questo si, sovrannaturale, ma ubbidendo all’assioma del costante studio.
Non fa meraviglia, detto tutto ciò, che la sua posizione appaia come appartata, batta sentieri del tutto estranei all’ufficialità ; certamente impervi e il più delle volte vergini, inesplorati, anche ostili ; non delle scorciatoie, per intendersi, e neppure, o tanto meno, vie maestre abbandonate dagli antichi.
La sua è una indagine prettamente scientista che non basterebbe definire aggiornata ; più che rigorosamente attuale ; questa indagine si presenta moderna e per certi versi definitiva.
Cos’è in primo luogo che ci fa subdorare tutto questo ? Il suo Trattato è contenuto in meno di 190 pagine (e già l’operetta, leopardianamente morale, che lo segue, SEMANTICA MUSICALE, si riduce a poco piu di 100) laddove generalmente i dottori della musica hanno bisogno di numerosi tomi rigonfii come un batrace per elaborarci noiose teorie. Daniélou attacca il sonno immobilista occidentale dalla paradossale frontiera dell’estremo oriente di cui, per l’appunto, usa dire, da noi, che sia un mondo nei milleni assopito, statico e contemplativo. L’esposizione tanto essenziale, oltre che sintetica, delle sue teorie poggia sulla esperienza più profonda che si possa immaginare dell’essenza musicale in Oriente che a noi rinfaccia, mediante critiche inconfutabili, troppi artifici deformanti della lingua primeva ; mostrando quanto il "consonante" analiticamente inteso, così come ad esempio, lo si riconosce conservato nella musica indiana, rivesta potenzialità inesplorate.
Sylvano Bussotti (1988)
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